COMICI SPAVENTATI GUERRIERI

Ieri, in una piovosa giornata estiva, un manipolo di anatroccoli ha deciso di dare un’occhiata alla vita fuori dal guscio. Auguri a papà Paperone e mamma Doretta, soddisfatti e discreti nel proprio passionale silenzio di anatre mute. Un sentito ringraziamento alla levatrice Roberto Silverii, che li aveva sentiti bussare già ieri, e a Carl Barks, che più di mezzo secolo fa inventò i personaggi di Paperon de’ Paperoni e Doretta Doremì.

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Otto sotto un tetto

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Zio Paperone e Doretta, ai tempi del Klondike

STORIA DI UN PERO CHE MI INSEGNÒ AD ASPETTARE

C’era una volta un pero e c’erano degli uomini che l’avevano dimenticato. Era rimasto lì senza spostarsi di mezzo metro, continuando nelle attività di sempre, apprese a scuola dalle stagioni e poi da solo, in trent’anni e più di onorato servizio. Quando spuntava il sole riusciva a mettere da parte un po’ d’ombra, se il vento parlava conosceva il modo di scompigliargli la voce con le foglie e quand’era primavera c’era quel trucco dei fiori che faceva tutti i rami bellissimi. Avreste dovuto vedere la sua felicità quando arrivava quel momento! Sapeva che nel giro di qualche mese si sarebbe riempito di frutti e che in molti sarebbero venuti a trovarlo: gli uccelli vestiti da scassinatori, gli insetti buoni che inventano il miele e gli animali invisibili che sanno far male. Le persone non si vedevano da tanto tempo e ogni anno a luglio, quando il peso era troppo per i rami stanchi, il vecchio pero lasciava cadere i suoi frutti. Non tutti insieme, pochi alla volta: se qualcuno fosse tornato non si sarebbe fatto trovare a mani vuote per nessuna ragione al mondo.

L’ho ritrovato così, che aspettava. Si era appena giocato la carta del trucco dei fiori che, nonostante l’età, gli riusciva ancora decisamente bene: vestito così avrebbe convinto chiunque. A luglio era carico di pere e, mentre le raccoglievo, ho pensato che se fosse stato un uomo ad essere dimenticato da tutti per dieci anni, probabilmente si sarebbe perduto per sempre.

Lui no: era lì che sorrideva con me che immaginavo marmellate.

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[Paolo]

GLI UOMINI CHE PIANTAVANO GLI ALBERI

Quanto dura un sorriso? Ce ne sono troppi, di ogni forma e durata: non so rispondere. Posso parlarvi del mio di lunedì, e affermare con certezza che esistono sorrisi che durano un giorno intero, per continuare ancora un po’, almeno fino a quando non chiudi gli occhi e cominci a dormire.

Una Pasquetta simile a tante altre, eppure diversa, che ha visto incontrarsi un passato e un futuro senz’alcuna intenzione di voler litigare fra loro. Forse la ricetta che fa buono il presente è proprio questa: oggi in un tavolo fra amici si parla di ieri ridendo e, quando si accenna a domani, lo si fa sognando piano, con frasi prudenti che invece di finire in parole terminano in sguardi. Ci si capisce sempre.

Stavolta alla Piccola Fattoria non eravamo solo io e Roberto, c’erano una decina di rinforzi e non c’era modo migliore di (ri)cominciare. Erano più di dieci anni che il luogo era abbandonato e non avrei mai potuto pensare che a solo un mese di distanza dalla prima solitaria zappata avrei avuto tutta quella gente intorno! Ricostruire il passato impastandolo col futuro, facendo poggiare l’edificio su fondamenta di amicizie vecchie più degli alberi che abbiamo piantato. Già, perché abbiamo intervallato il pranzo con attimi di messa a dimora piante, e magari qui c’è bisogno di qualche parola in più. Forse qualcuno fra i miei venticinque lettori si sarà chiesto perché il progetto si chiama “La Piccola Fattoria di Elisa & Lucia”. Chi sono? Le nostre mamme? Le nostre fidanzate e/o mogli? Le mie fidanzate e/o mogli? Niente di tutto ciò. Elisa e Lucia sono le mie figlie, nate il ventisette gennaio di quest’anno, assieme alla neve e all’inizio di un tempo nuovo. La fattoria è un regalo per loro, un tentativo di mettere da parte radici e conservare memoria in un mondo che tende a dimenticare facilmente troppe cose importanti. Così abbiamo piantato alberi anche per loro: un noce, un ciliegio, un susino e un pesco nano. Poi due rose, come fossimo sull’asteroide B612 del Piccolo Principe, e due file di piante aromatiche nel primo lotto del nostro primo orto, sarchiato e fresato a mano: salvia, menta, maggiorana, citronella, origano, rosmarino e sedano. A casa, nei nostri balconi, abbiamo altre piantine scalpitanti, germogliate nei nostri semenzai e desiderose di terra: basilico, timo, peperoncini, prezzemolo, anice, fragole, zucche, pomodori, cipolle, lamponi e tanto altro ancora.

Il ritorno di Roberto dopo un po’ di anni di lontananza lo considero l’episodio più importante di questa piccola storia speciale. Avete presente Groucho Marx che butta la pistola a Dylan Dog quando sembra troppo difficile sfangarla? Ecco, è andata più o meno così, senza di lui non avrei fatto granché alla Piccola Fattoria. Per far fronte ai paesaggi che non finiscono con uno sguardo solo bisogna essere almeno in due, spartirseli e raccontarseli quando sono lontano dagli occhi.
Inoltre il mio lato di contadino dandy è tenuto severamente a freno dal suo pragmatismo votato alla ricerca di un qualcosa che prima di tutto funzioni. “La bellezza verrà dopo,” mi dice. E io gli credo.

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[Paolo]

QUATTRO APRILANTE, GIORNI QUARANTA

Dai piani che avevamo fatto, questa doveva essere la settimana della messa a punto del progetto orto.

La prima lezione che impari dalla campagna è che il tempo atmosferico la fa da padrone, senza possibilità di negoziare nuvole e mendicare sereno. Così ti trovi ad avere a che fare, nel 2014, con una variabile che non influenzava più la tua vita, almeno non così tanto. Perché se piove in ufficio ci vai, al massimo prendi l’ombrello e metti più attenzione a guidare sull’asfalto bagnato. Persino se nevica puoi lavorare, monti le catene e via. Se grandina devi sperare in un’assicurazione auto che copra i danni e, qualora non fosse così, bestemmi. Ecco, io e Roberto ci troviamo in una situazione simile: immaginatevi nella vostra auto, fuori c’è il sole e non avete impegni che non siano quelli legati alle vostre attività preferite. D’improvviso comincia a grandinare, e non siete assicurati. Che fate?

La seconda lezione che impari dalla campagna è l’esercizio dell’attesa. Imparare ad aspettare che smetta di piovere, che l’estate venga interrotta da un temporale, che finisca di grandinare, che ritorni il sole, che germogli una pianta, che fiorisca un albero e che nasca un frutto. Con pazienza, cercando di assimilare un concetto di tempo inedito legato ai mesi e alle stagioni, optando per un modello di universo che non pone l’uomo al centro del cosmo, ma lo vede come semplice parte neanche troppo fondamentale di esso.

La terza lezione che impari dalla campagna è lo sguardo verso il cielo. È li che torni a guardare, che si tratti di nuvole scure che portano acquazzoni, di squarci di sole dopo piogge senza fine o di raggi di luna crescente che influenzano piante, donne e maree. Guardi e speri, c’è chi prega un dio e chi si trasferisce sui siti meteo, come potesse sviluppare così il potere di tramutare il simbolo con il fulmine e il gocciolone in un bel sole giallo.

Domani non dovrebbe piovere. Roberto torna da Bologna e andremo a fare shopping a Brico, che ormai occupa a pieno titolo il primo posto nella nostra classifica personale di esercizi commerciali preferiti. Compreremo, fra le altre cose, una carriola. Mi hanno fatto notare che si tratta del nostro primo mezzo agricolo, e non ci avevo pensato: nell’immaginario collettivo quando parli di mezzo agricolo ti vengono subito in mente un motore e dei cingoli. Invece la carriola, con la sua unica eroica ruota, è un mezzo agricolo a tutti gli effetti e la utilizzeremo moltissimo. Poi passeremo al consorzio agrario per affittare una motozappa e comprare semi, tantissimi semi.

Lunedì c’è il sole.

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[Paolo]

 

COSA VUOI FARE DA GRANDE?

– “Cosa vuoi fare da grande?”

– “Il cavallo!”

Non so cosa abbia spinto i miei genitori dall’astenersi dal farmi visitare o ricoverarmi in tenera età dopo aver sentito i miei propositi per l’età adulta… Probabilmente l’evoluzione della mia risposta, che dopo qualche tempo mutò in: “Voglio diventare contadino o veterinario”. Andava meglio, decisamente.

Ho avuto diversi animali, sin dalla prima infanzia: canarini, tartarughe, pesci, un gatto conosciuto da tutti come “lugatt'”, un cane più che umano chiamato Dream e persino un pony Shetland nero di nome Furia (una Furia tutta in miniatura, ad essere onesti), uno dei ricordi più belli legati a mio nonno Maturino. Attualmente ho un cane, Lillo, di cui avrò sicuramente modo di parlare nei prossimi articoli. Vale la pena, credetemi.

Quando mi sono trasferito a Bologna per studiare Veterinaria, sono stato costretto a cedere tutti i miei canarini. Ci ho messo un istante a rendermi conto di quanto fosse impossibile vivere senza un animale per casa, e ho pensato di correre subito ai ripari acquistando un piccolo acquario da dieci litri che potesse ospitare il mio primo Betta splendens, meglio conosciuto come “Combattente”. Questi pesci mi hanno talmente entusiasmato che in pochi anni le vasche nella mia cameretta bolognese sono diventate più di venti! Allevando questi meravigliosi pesci ho conosciuto tanti altri appassionati ed insieme a loro fondato un’associazione che si occupa dell’allevamento, della diffusione e della protezione dei Betta splendens. Ma questa è un’altra storia…

Nonostante gli animali domestici in città, prima a Chieti e adesso a Bologna, ho sempre avuto il sentore di una mancanza e la forte esigenza di quel contatto con la natura che i miei genitori mi hanno trasmesso e fatto apprezzare nelle tante giornate passate in montagna e a Salle (in provincia di Pescara, nel Parco nazionale della Majella), paese di mia madre, dove i miei curano un piccolo orto ormai da qualche anno.

Pensando al loro orto, come antidoto alla vita in città ho iniziato a seminare sul mio balcone bolognese qualche piantina aromatica. Il re incontrastato dei miei 3 m² è sempre stato Sua Maestà il Basilico, che popola i miei sughi, campeggia nelle insalate di pomodori e si fa pesto a fine estate; oltre al basilico coltivo prezzemolo, rosmarino, timo, erba cipollina e peperoncini. Lo scorso anno ho anche tentato la strada dei pomodori, che purtroppo ho dovuto interrompere prima che maturassero, causa ritorno a casa per le vacanze estive. Assieme alle aromatiche ho sempre delle piante ornamentali: un vaso di piante grasse del genere Sedum e due rose che proprio in questi giorni stanno tirando fuori i primi profumatissimi boccioli.

Paolo è l’amico di sempre, con il quale ho condiviso otto anni di scuola media e superiore. Dopo il liceo non ci siamo mai persi completamente e, anche se la vita spesso ti porta lontano per alcune stagioni, non è mai mancata una camminata nel bosco o una chiacchierata davanti a una birra. Lo scorso febbraio discorrendo del più e del meno mi ha parlato del suo progetto orto, poi del pollaio, ha anche accennato di un asino… Non ho potuto fare altro che unirmi a lui, ricominciando a sognare assieme. E adesso eccoci qua, pieni di vasi sui balconi e di sogni nella testa.

[Roberto]

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IL GIORNO DEI CANARINI A FATTORE ROSSO

Doveva essere più o meno il 1996, a scuola media, e c’era questo bambino-ragazzo che parlava di canarini. Ne sapeva tantissimo, o almeno a me – che ero completamente digiuno in materia – dava quest’impressione. Ascoltavo, cercavo di ordinare tutte quelle informazioni uscite fuori così, all’improvviso. Le cose belle capitano senza preavviso, nei giorni qualunque. Dai canarini si passò agli altri animali, poi alla montagna con la natura che l’accompagna fino a quando i metri glielo permettono.  “Finalmente un mio simile,” pensai, tralasciando per un attimo i venti cm di altezza che ci separavano. Forse erano di più, o di meno, non riesco a ricordarlo. Adesso, se provo a riportare alla mente quel giorno, c’è un particolare che non ho dimenticato, tanto mi colpì: Roberto era entusiasta del suo piccolo allevamento di canarini a fattore rosso. Ne parlava come di creature speciali, e doveva essere così: era riuscito a convincermi.

 La prima cosa che ho imparato dell’entusiasmo è che si trasmette facilmente, se è autentico.

La seconda è che molte persone col passare del tempo lo perdono.

Io e Roberto l’abbiamo conservato. Quand’è così, se non hai perso di vista né l’entusiasmo né l’amico che lo condivideva con te, l’unica cosa che puoi fare è costruire, dando vita a un sogno antico.

Tutto è (ri)cominciato a inizio marzo, parlando di basilico in chat. Le cose belle capitano senza preavviso, nei giorni qualunque. Dal basilico si è passati alle altre piante aromatiche, poi agli ortaggi, infine ai fiori. Potrete facilmente immaginare quanto sia stato breve il passo dalle piante agli animali. Ed eccoci qui, dopo diciott’anni ancora come quei due seduti al terzo banco sulla destra, a progettare allevamenti e futuro. Diciott’anni esatti, quasi ad aspettare che il sogno diventasse maggiorenne per farsi realtà.

Di lì sono iniziati giorni caratterizzati da conversazioni telematiche fatte di aggiornamenti sui progressi dei nostri “balconorti”, con relative fotografie. Roberto coltiva ormai da qualche anno sul suo balcone bolognese, io ho cominciato da pochissimo, con la pianta di basilico teatino appunto. Continuare con una decina di altri vasi è stato un attimo, e adesso mi trovo a ricevere e inviare messaggi quotidiani che dicono: “è nato il peperoncino, tredici piantine! Piove? Con tutto questo basilico ci facciamo tantissimo pesto a luglio! Il semenzaio è stato riportato a Chieti e il caldo di questi giorni ha fatto il suo lavoro!”

E poi, fra un germoglio e un altro, si è fatta strada l’idea della fattoria. Mio nonno ne aveva una, parecchi anni fa, e ci piacerebbe farla tornare come una volta. Cominciando da un piccolo orto, una manciata di galline e una coppia di anatre.

Ma questa è un’altra storia che vi racconteremo presto…

P.S. Roberto alla fine ha studiato veterinaria, non poteva che andare così.

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[Paolo]